Al funerale di Mozart c’era solo un cane

Mi piacciono le leggende perché hanno sempre un fondo di verità come le bugie. Nelle metropoli si vive di questo, leggende e bugie, la verità sta noi cercarla. La verità è di libera interpretazione come l’arte contemporanea. Guarda sempre il mondo da un’altra prospettiva.

Prima di iniziare a scrivere ho messo in sottofondo “Requiem” di Mozart, la giornata fuori è grigia e questa composizione ci sta proprio bene. Ciò che amo delle giornate grigie è che restano incompiute, vanno avanti con i se e con i ma, «Quante cose avrei potuto fare se solo il tempo me l’avesse permesso», con i se e con i ma non si va molto avanti. Mi chiedo cos’è che ci faccia andare avanti, mi chiedo quand’è che convenga fermarsi a guardare indietro, mi chiedo se convenga più di tanto guardarsi indietro.

«Mio padre si è suicidato perché i giornali del mattino lo deprimevano e lo potete biasimare? Con l’orrore, la corruzione e l’ignoranza e la povertà e i genocidi e l’AIDS e il riscaldamento globale e il terrorismo e quegli idioti dei valori della famiglia e quei maniaci delle armi» così dice Boris nel film “Basta che funzioni” scritto da Woody Allen. Allen è un cinico, questo si sa’, ma che il mondo un po’ ti porta a pensarla come lui è un dato di fatto. Stamattina leggevo la notizia che il funerale di Jessica Faoro, diciannovenne uccisa dal tranviere Alessandro Garlaschi, verrà spesato dal comune di Milano perché nessuno se n’è preso carico. Siamo soli, chissà quante volte l’abbiamo pensato, chissà quante volte alla fine è stato solo un capriccio. Quante lacrime sono solo un capriccio?

Sono passati circa trenta minuti da quando ho iniziato a scrivere, la composizione è andata avanti, siamo al minuto trentacinque, mi chiedo cosa stesse pensando Mozart mentre la scriveva. La leggenda vuole che sia stata la morte in persona a commissionargli l’opera, penso sia possibile, il fatto che non ebbe il tempo di terminarla potrebbe essere una prova, la morte si sa arriva all’improvviso, ogni vita si sa sotto sotto resta incompiuta. Immagino quali siano i sogni di una ragazza che in questa vita non ha davvero niente, me l’immagino esplosivi, me l’immagino che quando uscivano dalla testa tutti insieme sporcavano la stanza con quei colori accesi tipici di chi sogna. Di quanti sogni tutto ciò che resta è un rosso sangue sulle pareti? Certe domande non hanno risposta, certe domande non ne meritano una, meglio non pensarci.

Sto lavorando a un nuovo romanzo già da qualche mese, e in una parte tratta da un’esperienza realmente vissuta, un po’ come tutte le cose di cui scrivo, sono in una casa abbandonata, una di quelle dove gli abbandonati trovano una casa, anzi un rifugio, rende più l’idea. C’è un letto in una delle stanza, che poi a chiamarla stanza ci vuole un coraggio, mancano le vetrate, c’è solo qualche telo che copre le finestre, il freddo lo si sente quasi tutto, ma quattro mura riparano comunque dal mondo. Sulla parete vicina al letto c’è una scritta “Gli emarginati scopano senza far rumore”. Gli emarginati come Jessica vivono senza far rumore e muoiono anche nello stesso modo. Il silenzio è tutto ciò che resta d’ogni vita. Una vita passata in punta di piedi da chi aveva voglia di urlarla. I funerali sono silenziosi perché le urla sono in testa, nessuno ha il coraggio di esternarle. Al funerale di Mozart nessuno urlava, al funerale di Mozart nessuno c’era, solo un cane, così dice la leggenda. Ogni grande artista prima o poi finisce nel dimenticatoio, ogni emarginato vive nel dimenticatoio. Quando dimentichiamo qualcosa, forse siamo tutti un po’ colpevoli.

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